Dalla terra alla tavola. Storie di orti urbani, vigneti metropolitani ed eccellenze piemontesi.

dsc_0032Se si conosce la scena gastronomica piemontese e torinese, non stupisce che il movimento Slow Food sia nato qui, nel 1986 dall’idea di Carlo Petrini. Come si legge sul sito di Slow Food, il progetto di “cibo lento” è nato come «Movimento per la tutela e il diritto al piacere» e manifesto d’intenti che pone l’associazione come antidoto alla «Follia universale della “fast life”» e «Contro coloro, e sono i più, che confondono l’efficienza con la frenesia, [a cui] proponiamo il vaccino di un’adeguata porzione di piaceri sensuali assicurati, da praticarsi in lento e prolungato godimento».

Dalla robiola di Roccaverano, alla carne bovina piemontese, all’ormai famoso peperone di Carmagnola, passando alle mele degli antichi frutteti, ad oggi sono più di 35 i prodotti agro alimentari inclusi nella lista del presidio e meritevoli di essere scoperti e gustati.

Per scoprire questi prodotti ma anche altre eccellenze e storie legate all’enogastronomia, alle nuove idee che sono nate e stanno nascendo a Torino, vale la pena dedicarsi un weekend tematico, dove cibo e cultura sono unite in un matrimonio perfetto da scoprire attraverso varie tappe.

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Porta Palazzo. Considerato uno dei più grandi mercati d’Europa è uno dei luoghi da non perdere per capire il volto quotidiano della città. Situato orientativamente alle spalle di Piazza Castello spalle di Porta Palatina, praticamente sempre aperto, è una festa per gli occhi e per lo spirito. Ci si viene la mattina presto per osservare quasi come fosse una coreografia di danza, il montare degli stand tra assi di ferro e tele di stoffa, l’arrivo della merce e a seguire il popolarsi dei clienti abituè. Non è un mercato ad uso e consumo turistico, è vero schietto e sincero. Non ci sono fronzoli, quello è prendere o lasciare. Le aree di frutta e verdura qui sono due.

La prima in piazza della Repubblica con prodotti freschi, di buona qualità ma provenienti sia dall’Italia che dall’Europa; la seconda situata nella piazza coperta antistante (si accede da via Priocca) è quella dedicato al mercato dei contadini. Entrare in quest’area è come fare un viaggio indietro nel tempo. Si è avvolti dal profumo della menta, delle albicocche oppure dalle pesche e altra frutta di stagione. Ci si ritrova a comprare quello che il contadino ha raccolto qualche ora prima, al giusto punto di maturazione, alternandolo con qualche mazzo di fiori di campo che fanno tanto english style. Ma mai andare via senza comprare le uova. La signora di questo piccolo banchetto ha sempre a cuore i suoi clienti, tanto da regalare di volta in volta ricette sempre diverse.

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Vigneti Urbani di Villa della Regina. Recuperare un vigneto all’interno di un luogo di cultura si può. Dopo l’intervento dei lavori di restauro di Villa della Regina, nel 2003 si è dato l’avvio al reimpianto dell’antico Vigneto Reale. Dal 2009 a seguito della concessione di quest’area all’azienda Balbiano, il primo vino ha visto la luce da queste uve, ottenendo poi nel 2011 la DOC. Il vino prodotto è il Freisa di Chieri Doc Superiore, rappresenta un pezzo di storia della viticultura mondiale e unica DOC per un vigneto urbano.

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Ma perché un vigneto in città? La presenza di questo tipo di agricoltura non è un vezzo di mode del momento, ma piuttosto il ripristino di un’antica tradizione già presente ai tempi della costruzione della Villa agli inizi del ‘600 per volere del principe cardinale Maurizio di Savoia. La villa fu pensata si per svago, prendendo ispirazione da quelle di Frascati, ma anche al tempo stesso come ozio letterario. All’interno del padiglione dei solinghi, ossia dei solitari, il principe si rifugiava per gli incontri di cultura e le alleanze politiche e di potere. Non si fa fatica salendo la monumentale scalinata, oppure passeggiando tra i viali dei giardini ad immaginare la vita della nobiltà. La preziosità dell’architettura interna e la magnificenza della vegetazione esterna, continua a stupire e a far sognare il visitatore in cerca di pure emozioni di bellezza e conoscenza.

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Orto Alto – Le Fonderie Ozanam. Per vedere l’altra faccia della stessa medaglia, ovvero quello dell’agricoltura urbana dal punto di vista  più contemporaneo ma al tempo stesso più popolare, basta recarsi nel quartiere di Borgo Vittoria presso Le Fonderie Ozanam. Qui si entra in quella che fu un tempo una vera e propria fabbrica, dove però l’edificio fu realizzato dall’architetto di origine bulgara Nicolaj Diulgheroff, con una a forma di macchina-nave è un interessante esempio di architettura del secondo Futurismo Italiano, unico nel suo genere a Torino: un bene comune da preservare, curare, rigenerare.

Oggi però questo spazio, gestito dalla Coperativa Meeting Service con l’obiettivo, come ci spiega il suo presidente Loris Passerella, di recuperare minori a rischio di devianza. Uno spazio oggi  suddiviso in tre parti: Casa Ozanam, che accoglie persone in difficoltà e rifugiati; Fonderie Ozanam che è un ristorante aperto a pranzo e a cena, arredato magistralmente con pezzi vintage e gli Orti Alti.

Una splendida location per un evento privato ma anche per dar vita un vero e proprio set fotografico, senza negarsi una pizza al padellino! Vedere per credere! Infine basterà salire le scale per vedere il rigoglioso orto urbano, nato dall’ingegno degli architetti di Studio 999 che hanno saputo ridare una nuova funzione di uso ma anche sociale agli oltre 300mq di tetto su un manto colturale di appena 20 cm. Una metodologia collaborativa che permette di recuperare e trasformare i tetti piani in verde pensile, favorendo la partecipazione delle comunità di abitanti nella cura e gestione degli orti, costruisce occasioni di inserimento lavorativo e di animazione dei nuovi spazi, innesca nuove micro-economie alla scala del quartiere, grazie alla valorizzazione dei vegetali freschi a “cm 0”

Un progetto che funge da collante sociale e motore di energia positiva e generatore di bellezza, perché diciamolo non tutti i “rooftop” sono da rivista, ma alcuni possono diventarlo!

Se dopo tanto vedere e conoscere la fame comincia a farsi sentire, allora bisognerà mettere in agenda, seguendo il tema originario del viaggio, due indirizzi.

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M**C Bun. Indirizzo super noto ai torinesi e piemontesi, rappresenta la prima agriamburgheria slow fast italiana, nata a Rivoli e poi crescendo è giunta anche nella grande città. Nella centralissima via Rattazzi, è possibile gustare deliziosi hamburger di fassona o squisitissimi burger di quinoa o melanzane, a filiera corta, fatti con prodotti sani e gustosi, rispettosi dell’ambiente e delle persone. Nelle proposte vegetariane la presenza della menta è davvero una piacevole sorpresa. Tutte quello che è in menù è accompagnabile da chips di patate tagliate fresche ed accompagnate da salse artigianali come l’imperdibile rubra, l’equivalente piemontese del ketchup! Andando via non potete non esclamare M**C Bun, che si legge mac bun ed in piemontese significa che buono! Dalla genialità dello stesso imprenditore che da tre generazione produce e vende carni di razza piemontese, è nata qualche anno fa anche la Molecola, la versione torinese della super americana Coca Cola.

Il bistrot della bottega del gusto. Varcare la soglia di questo posto, significa conoscere un volto speciale della città: il sig. Mario. Sorridente, empatico, coinvolgente deve al passato da macellaio di bottega la grande dote “domatore di folle”. Esperto conoscitore di carne e pubblico, si potrebbero passare i giorni ascoltando i suoi aneddoti, ma nel suo bistrot si viene per mangiare. Piatti sinceri e generosi, dove in stagione si può trovare anche il fritto misto alla piemontese o la finanziera. Un posto semplice ma con una cucina gustosa. Immancabili le tartare di carne, gli agnolotti al plin o la divertente grissinopoli, ovvero la cotoletta panata con briciole di grissini. Infine il dolce. Ordinate il tiramisù, il suo fiore all’occhiello tra i dolci, ma non fate confronti perché il suo tiramisù ha tutta una versione sua.

A questo punto Torino vi attende per conquistarvi ancora una volta!

Share & enjoy,

Barbara

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